“Sandi Renko” di Giovanni Granzotto

 

“Sandi Renko, tensioni leggere”, Studio d’Arte GR, Sacile

Dicembre 2016

 

Sandi Renko è un pittore designer, ma non un designer prestato alla pittura, o ancora uno di quei designer folgorati sulla via di Damasco dell’arte, e quindi convinti di poter impadronirsi di una valenza artistica e di essere in grado di trasmetterla, così come usa con le icone di prodotto.

No, in Renko arte e design sono nate insieme, sono nate con lui, e con lui hanno sempre convissuto in perfetta empatia, anzi aiutandosi reciprocamente ad aggiustare il tiro, in una sorta di procedere osmotico, in cui i confini fra una dimensione e l’altra non sono stati sempre definibili. A questo proposito Leonardo Conti, in un saggio particolarmente acuto e convincente (tranne forse nel titolo “Renko in bilico”, poiché l’artista triestino mi è sempre apparso come una personalità assolutamente risolta) ci conferma che Renko “Ha mantenuto una distanza interiore tra la pura ricerca e la funzionalità estetica…”, e propone questa peculiarità come “… la chiave per comprendere le particolari caratteristiche del lavoro di Renko, non completamente imbrigliabile nel vasto panorama del cinetismo internazionale: anche la declinazione tutta italiana di Arte Programmata, spesso invocata a proposito, può essere considerata  come una componente, non certo esclusiva. Confluiscono, infatti, in modo altrettanto decisivo, una fortissima sensibilità gestaltica, l’essenzialità del minimalista ed un riduzionismo rigoroso, incentrato sullo strumento privilegiato del designer: il pennarello acrilico, usato per realizzare schizzi e progetti. Ecco dunque emergere una ricerca che potremmo definire sincretica e che fa di Renko un’artista borderline. La compresenza dell’artista e del designer, che in altri casi ha causato una rottura e una scelta e quindi una rinuncia, nel caso dell’artista padovano ha prodotto una sorta di cortocircuito creativo, in cui le opere e l’autore si specchiano e si scambiano…” (1)

Probabilmente molto è dipeso dal fatto che Renko possiede una innata attitudine a determinare i campi, gli spazi, i territori della forma (tipico del designer), ma, allo stesso tempo, costantemente manifesta il bisogno di oltrepassare gli steccati e gli obblighi della contestualizzazione formale, a cui il design è inevitabilmente condotto, con l’affidare il suo mondo espressivo, le sue visioni, all’eterna e sempre cangiante esplorazione della luce. E questo è territorio dell’arte.

Ecco, la luce è la chiave che congiunge, talvolta anche separa, i mondi di Renko: e tanto lo affascina e tanto lo incuriosisce da mantenere anche oggi, dopo 50 anni di lavoro, lo stesso ruolo di bussola e pure di elemento strutturante e identificativo. Certo tutti gli artisti, nelle più svariate declinazioni operative, hanno sempre dimostrato l’impossibilità di costruire una forma che realizzi, che presenti una qualche valenza plastica (anche nel campo della bidimensionalità), prescindendo dalla dimensione luminosa, nel senso della luce e dell’ombra, ma anche delle infinite variabili luministiche. Mentre il design è costruito tutto secondo i dettami del segno, la partita si gioca sulle geometrie dei piani, e le derivazioni plastiche eventualmente sopraggiungono in momenti successivi, in quelli esecutivi, ma non incidono nella risoluzione formale. Eppure in Renko è proprio il gioco del completo affidarsi al governo della luce, senza cercare di scardinarlo, ma accompagnandolo, seguendolo, esplorandolo, sollecitandolo, in un continuo rimando a incontri già avvenuti, ma sempre capaci di nuove indicazioni e di nuove allusioni, a confermarsi il motore di tutta la sua ricerca.

Certo, da subito, il maestro triestino sceglie il suo timbro, il cubo, che diventa lo strumento e per progettare, con rigore e coerenza, la sua attività di designer, e per avventurarsi anche nei territori più aperti e mutanti dell’arte. Il cubo è il suo modulo primario, elemento primo di elaborazione e di costruzione della forma, ma un modulo che viene totalmente affidato alla luce, a tutte le sue variabili, che si collega ed è subordinato ad ogni dinamica luministica.

E’ quello di Renko un processo operativo molto preciso, molto quadrato, molto deterministico, pur ricco di intuizioni geniali, che mi pare abbia poche correlazioni con esperienze italiane, se non forse con alcune splendide prove di Franco Costalonga nei “Pseudo Rilievi” degli anni 70, e che invece trova parallelismi e possibilità di confronto con le ricerche di alcuni formidabili artisti del Grav francese, Yvaral e Sobrino, e poi con tutto il lavoro di Carlos Cruz Diez. Ma se apparentemente, proprio a un primo impatto visivo, le superfici di Cruz Diez possono apparire in sintonia con quelle di Renko, la tensione espansiva delle strutture formali, le griglie portanti, che racchiudono e sostengono le opere di quest’ultimo, quei moduli primari che si incontrano, si intersecano e si fondono, producendo la scoperta di forme infinite in un territorio delimitato, autoalimentandosi, ma poi dissolvendosi plasticamente di fronte alla libertà e alla volubilità dei cambiamenti luministici, mi appaiono più vicini al metodo ed alle soluzioni dell’inventore della scultura moderna Francisco Sobrino. V’è in Renko la medesima ammirazione per la realtà, attraversata dalle meraviglie dei fenomeni naturali, ma anche dalla geniale curiosità dell’uomo, che la scopre e la rielabora al medesimo tempo. E mi pare molto simile, anche se Sobrino lavora principalmente sulla terza dimensione, e Renko invece procede al contrario, utilizzando un elemento formale apparentemente tridimensionale per elaborare architetture bidimensionali, questa fiducia illimitata nella generosità e nella affidabilità della geometria, capace di regalarci sempre nuove vie per esplorare e riconoscere la verità naturale. Geometria come modulo, come rigoroso e perfetto elemento espansivo, come fattore illimitato di crescita e medesimamente di continua variazione e mutazione.

Quello che contraddistingue Renko è però il suo incessante ritorno alla superficie, la sua conclusiva consegna dell’opera, con tutte le tensioni portanti e aggettanti, con tutti i rimandi plastici, con tutte le allusioni tridimensionali, con tutto il suo anche complesso e talvolta potente impianto strutturale, alle coordinate sicure, pur nel loro continuo mutare, della luce.

Questo è il porto rassicurante di Renko, il momento della forma conquistata, di una forma leggera e aperta, affidata in toto alle regole luministiche, proprio per liberare le tensioni compositive in una visione più lieve e acquetata, quasi che la dimensione plastica, ed ancor più la stessa geometria, voglia lasciare il passo al ruolo chiarificatore e sintetizzante della luce. Sandi Renko, dopo ogni viaggio (lui, autentico viaggiatore anche nella vita), dopo ogni esplorazione, ritorna, forse rasserenato, alle magie delle sue superfici.

 

1) Leonardo Conti, da “Renko in Bilico”, dal catalogo della mostra personale tenutasi alla PoliArt di Milano, 2013