“Nel segno della continuità” di Manlio Onorato

“Arte Concreta oggi”, Galleria La Rinascente, Padova

Aprile 2009


Il Novecento ha lasciato in eredità al XXI secolo un panorama artistico estremamente frammentato e contraddittorio che in molti hanno tentato faticosamente di classificare per tendenze e movimenti; tentativo lodevole, a patto di non ridurre la complessità dei fenomeni a troppo canoniche ripartizioni, a un coacervo di –ismi in rapida successione che di volta in volta occupano la scena, e di dedicarsi invece al vaglio paziente ed insostituibile dei documenti, evitando così il rischio di enfatizzare rotture, abiure e cambiamenti di rotta e perdere al contempo le sotterranee linee di continuità che pure hanno alimentato il carattere unico ed autentico del cosiddetto “secolo breve”. In un celebre saggio dell’ormai lontano 1975 Filiberto Menna individuò oltre il variegato intreccio delle correnti d’avanguardia quella linea analitica dell’arte moderna che a suo dire distinguerebbe la vera arte moderna da quella solo cronologicamente contemporanea. “L’artista” scriveva Menna “assume un atteggiamento analitico, sposta i procedimenti dal piano immediatamente espressivo o rappresentativo a un piano riflessivo, di ordine metalinguistico, impegnandosi in un discorso sull’arte nel momento stesso in cui si fa concretamente dell’arte”; opera cioè costantemente con consapevolezza critica, interrogandosi sulle ragioni del suo fare.

È con tale consapevolezza che Guglielmo Costanzo, Renato De Santi, Sandi Renko, Roberto Sgarbossa e Claudio Sivini hanno scelto di esporre insieme rivendicando al contempo l’appartenenza ad una linea di ricerca fondata sulla razionalità, sulla geometria e sul metodo progettuale. Non sono stati cooptati da un critico, li ha fatti incontrare la riscontrata affinità nelle premesse culturali e nei processi creativi; per alcuni di loro l’amicizia e la frequentazione data ormai da molti anni. L’esplicito riferimento all’Arte Concreta indica una volontà di radicamento nella storia e una scommessa sul futuro, nella convinzione della persistente attualità di idee e di temi suscettibili di nuovi sviluppi. Nei Commentaires à la base d’une peinture concrète del 1930 Theo Van Doesburg interveniva nella diatriba sul significato specifico della locuzione “pittura astratta”, che poteva pur suggerire una progressiva sintesi del dato fenomenico e quindi un residuo legame con le tecniche di rappresentazione della realtà, proponendo in contrapposizione il termine “pittura concreta”: “Pittura concreta e non astratta, perché non c’è nulla di più concreto, di reale, di una linea, di un colore, di un piano”; il problema e l’ossessione del significato erano lasciati alle spalle e trasferiti semmai sul piano della cultura e dello Zitgeist oltre le secche della rappresentazione. Concretismo e neo-concretismo sono ormai espressioni d’uso corrente nella critica d’arte e denotano in genere un ampio filone dell’astrazione geometrica nel quale si riconoscono anche i cinque autori prima citati, pur non mancando usi diversi e persino divergenti di tali espressioni, primo fra tutti l’ossimoro “astratto-concreto” coniato da Lionello Venturi per il Gruppo degli Otto, presentato alla Biennale di Venezia del 1952 e normalmente annoverato nelle schiere dell’informale; fatti questi che dovrebbero mettere in guardia dal pensare che la denominazione dei fenomeni esima dal descriverli compiutamente.

Costanzo, De Santi, Renko, Sgarbossa e Sivini, anche per ragioni anagrafiche, fanno riferimento soprattutto alle neo-avanguardie affermatesi nel trapasso tra gli estremi anni cinquanta e gli anni sessanta, in particolare l’arte cinetica e programmata ed il cinevisualismo (e non intendo qui dilungarmi sulle distinzioni tra il movimento reale o virtuale, indotto cioè dallo spostamento del punto di vista ed altre analoghe questioni, che incidentalmente riguardano i contenuti della presente mostra); di quelle esperienze indubbiamente li affascina l’approccio progettuale ai problemi e a quei principi di esattezza e di chiarezza percettiva che l’arte ha spesso cercato di enucleare quale forma di conoscenza del mondo, valga per tutti l’esempio della prospettiva rinascimentale. Contrariamente a quanto sembra di desumere da certe descrizioni della contemporaneità troppo appiattite sulle mode del momento, le ricerche inaugurate negli anni sessanta (del resto –come s’è detto- tutt’altro che prive di antecedenti storici) sono proseguite fino ad oggi, essendo oltre tutto ancora in piena attività alcuni dei protagonisti di quella stagione. Si è anzi registrata recentemente una ripresa d’interesse, utile certo alle rivisitazioni storiche ma anche purtroppo a fantasiose e non innocenti ricostruzioni di eventi, partecipazioni e cronologie che andrebbero attentamente verificate con il riscontro dei documenti. Questa mostra, invece, si pone nel segno della continuità senza presunzione né eccessive anacronistiche illusioni di purismo ideologico (ben diversi sono oggi il clima culturale e le aspettative) ed anche con la necessaria dose d’ironia, chiedendo ai due fotografi Gino e Alessandro Lazzarin, padre e figlio, di reinterpretare le loro opere ed inserirle così in un più ampio e condiviso contesto comunicativo; la loro, infatti, è una lettura suggestiva di innumerevoli e diversificati stimoli visivi, “dalla parte dello spettatore” o come s’usa dire – con parola che in verità non amo – fruitore. Le fotografie di Gino, elaborate con tecniche digitali, hanno poi fornito ad Alessandro lo spunto per un video, strutturato in cinque “tempi”, uno per ciascun artista.

Sandi Renko svolge la sua attività anche nel campo del design sul filo della tradizione della Bahaus; partendo dalla rappresentazione assonometrica del cubo, per mezzo di textures di vario spessore costruisce illusorie tridimensionalità alle quali lo spostamento del punto di vista conferisce un moto virtuale, secondo procedure di evidente ascendenza optical. In altre opere dispiega piani ortogonali che iterano anch’essi, ma con tangibile estensione spaziale, il volume elementare del cubo. Tali processi, teoricamente estensibili all’infinito, costituiscono il nucleo germinativo di innumerevoli combinazioni, una sorta di grammatica elementare dello spazio.

Anche Roberto Sgarbossa attinge alle procedure dell’optical art, ma la rigorosa scansione di linee intersecantesi, in un gioco incessante di costruzione e decostruzione, alternativamente rivela e scioglie le forme in una sorta di pulviscolo luminoso dal brillante cromatismo, memore probabilmente dei “reticoli” di Piero Dorazio e –a ritroso nel tempo- delle “compenetrazioni iridiscenti” di Balla, azzerato talora nel puro contrasto del bianco e nero; una luce pulsante ed artificiale, elettrica, di forte dinamismo ed impatto percettivo. Guglielmo Costanzo opera sulle textures secondo patterns circolari ottenuti intrecciando sottili fili colorati, talora sovrapposti a tracciati geometrici elementari. Al mutare del punto d’osservazione il lieve distacco dal piano di fondo, l’addensamento e la rarefazione delle linee, l’iridescenza risultante dal contrasto cromatico e contemporaneamente l’ombra proiettata creano un’atmosfera sospesa di profili in lenta fluttuazione, non priva di una connotazione lirica. Claudio Sivini utilizza superfici specchianti alle quali sovrappone sagome geometriche e griglie diversamente orientate in un gioco di “riflessione multipla” (tale è infatti il titolo di alcune sue opere) di forte allusività all’attuale paesaggio urbano, una sorta di cortocircuito della referenzialità: nel rimando dei riflessi di un universo artificiale, astrazione e figurazione implodono nella più assoluta intercambiabilità. Renato De Santi, infine, costruisce – a partire da moduli elementari e dalla polarità del bianco e nero – rigorose partiture armoniche. “Quel che conta” annota Francesca Brandes in un’esemplare lettura della sua ricerca artistica “è il senso dell’agire, come nella configurazione di un giardino Zen: leggero, di una leggerezza poetica, eppure faticato, pietra dopo pietra”. L’austera e quasi ascetica levità di tali opere ci ricorda che l’arte è sempre espressione di un pensiero.