“Interminati spazi oltre la siepe” di Nicoletta Pavan

Sandi Renko. Antologica 1966-2015”, Padiglione delle Arti, Marcon-Venezia

Novembre 2015


Sempre caro mi fu quest’ermo colle,e questa siepe, che da tanta partedell’ultimo orizzonte il guardo esclude.Ma sedendo e mirando, interminatispazi di là da quella, e sovrumanisilenzi, e profondissima quieteio nel pensier mi fingo, ove per pocoil cor non si spaura. E come il ventoodo stormir tra queste piante, io quelloinfinito silenzio a questa vocevo comparando: e mi sovvien l’eterno,e le morte stagioni, e la presentee viva, e il suon di lei. Così tra questaimmensità s’annega il pensier mio:e il naufragar m’è dolce in questo mare

L’idillio di Leopardi – ode all’Infinito – così ricco di enjambements, iperbati, alliterazioni ed effetti di straniamento, enfatizzati da una scelta lessicale che evoca sensazioni d’indefinitezza, di pathos contemplativo, quasi di turbamento emotivo, poco sembra avere a che fare con l’arte ordinata, geometrica, definita di Sandi Renko.

Eppure è l’artista stesso che ci indica questi versi come evocatori di una verità semplice e assoluta di cui egli con la sua arte si fa portavoce: la ricerca dell’infinito, oltrepassare l’apparenza, superare lo schermo bidimensionale che nasconde la vera essenza delle cose; vedere oltre la siepe, oltre la superficie dell’opera, cercare la profondità che rivela i dettagli, le sfaccettature, la mutevolezza e complessità del reale.

In sostanza quel che viene chiesto allo spettatore è di compiere il passo, semplice ma essenziale, tra il vedere e il guardare l’opera.

Ciò che l’occhio vede di primo impatto è la sintesi, l’apparenza, il fainòmenon della filosofia antica. Non vi è accezione negativa in questo: ogni cosa inizialmente è percepita tramite una visione frontale, d’insieme, che suscita in noi un’impressione, toccando le corde del sublime, ma senza svelarsi interamente… il vedere è perciò la “siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

Ma guardare l’opera è porsi in una relazione attiva con essa, muoversi nello spazio circostante, aprire la mente per accogliere differenti prospettive.

Trovare i dettagli, le linee, la geometria che la costituiscono, come osservare al microscopio la struttura interna e perfettamente ordinata di ogni forma presente in natura, di ogni elemento che definisce la realtà.

Non c’è bisogno di rincorrere interpretazioni astruse, di cercare grandi verità e simbologie. La verità è semplice; complessa per moltitudine di elementi che la compongono, ma mai complicata da allusioni e significati oscuri.

E Sandi Renko suggerisce anche il modo di guardare l’opera, oltre e dentro di essa: in serenità e silenzio, quasi in punta di piedi: “sedendo e mirando” per cogliere “(gli) interminati spazi di là da quella”.