“CATTEDRALE FUTURA” DI LEONARDO CONTI

“Windows”, PoliArt Contemporary, Milano

Giugno 2017

 

Windows è un’installazione site-specific, realizzata da Sandi Renko in più di un anno di lavoro. Sono venti le opere che, lasciando libere le pareti, si aggregano in patchwork sulle grandi finestre e nicchie della sala espositiva. L’effetto è un affascinante straniamento rispetto a un allestimento abituale. Come se ci si trovasse di fronte alle sorprendenti variazioni cromatiche, tipiche delle vetrate di una cattedrale gotica. Windows modifica la percezione dello spazio espositivo, inverte i parametri di allestimento, pareti, finestre, luci. Windows è il luogo in cui la ricerca di Renko trova un approdo e una vetta, forse un incantesimo, che non vorrebbe essere ineluttabilmente infranto.

Nella ricerca recente dell’artista italo-sloveno una forza quasi auto-generativa interna alle opere – caratterizzata dalle cangianze cinetiche delle forme e dei colori – aveva prodotto vere e proprie trasformazioni percettive: persino l’ortogonalità deragliava, nella creazione di oggetti poligonali. Non si trattava più di forme che accadevano all’interno delle tradizionali geometrie del quadro – quadrato, rettangolo, ovale -, ma i cubi ambigui di Renko guidavano la formazione irregolare dei contorni. In una sorta di attività antigravitazionale, le singole opere acquisivano un’inedita e ardita leggerezza sulle pareti, richiamandosi poi come in uno stormo in volo.

È proprio procedendo dalla constatazione dell’interconnessione tra le opere, il cui tramite è lo spazio-luce, che Renko si è orientato verso la deframmentazione. Il problema è divenuto la ricerca e l’identificazione di un luogo complesso, in cui singolarità delle opere e molteplicità dello stormo potessero raccogliersi e articolarsi.

Già un’opera del 2012 è un sistema formato da quattro opere indipendenti: Framblue, Framred, Framgreen e Framgray, sono identità singole, ma anche opere assemblabili in un’unica identità collettiva. In quel sistema Renko ha previsto diversi modi di assemblaggio, proprio per evidenziare le caratteristiche polimorfe delle sue composizioni. I lati dei suoi cubi ambigui, nonché le variabili corrispondenze cromatiche, possono creare diverse continuità nello spazio, dalla striscia al quadrato o rombo. Tuttavia, di là da quest’articolazione reale e sperimentale dell’opera, ciò che più conta è proprio l’acquisizione di un’idea di continuità luministico-spaziale che l’artista scopre nella propria ricerca.

Ideativamente, Renko suggerisce una possibilità di espansione infinita, una vertigine che allude a spazi senza soluzione di continuità, conformi alla misura del primo cubo tracciato. Non si danno misure né angoli prospettici diversi, affinché la progressione continui. Il cubo è in questa proiezione una sorta di archè, forma indivisibile e originaria, destinata ad abitare un universo democriteo, benché monodimensionale, solipsistico e forse ossessivo. È su questa via che Renko s’imbatte nello spazio abitato, vitale, differenziato par excellence.

L’ambiente è uno spazio raro, è la differenza nell’indifferenziato. È il luogo ideale per pensare l’evoluzione di una ricerca non più solo auto-referenziale ma integrata nelle problematiche che l’ambiente stesso impone. Renko sa che non è possibile l’indagine dello spazio abitato in generale, perché ogni ambiente contiene una particolare complessità di senso. Ecco che, allora, il nuovo problema che si pone è manifestare il senso, conforme a una certa misura del cubo, a un determinato orientamento spaziale e a una precisa scelta nella permutazione infinita delle associazioni cromatiche. Ecco ciò che significa site specific per Sandi Renko.

Ora, l’indagine minuziosa dello spazio espositivo, della galleria, si focalizza sulle finestre. Le finestre sono la discontinuità delle pareti; sono cesure e ritmo; sono le aperture: la luce vi passa per inondare il luogo, e la luce è l’alveo in cui l’arte visiva vive; le finestre sono l’origine, reale o metaforica, di ogni visibilità; sono le soglie attraverso cui interno ed esterno si travasano; le finestre sono la continuità di due spazi discontinui, interno ed esterno: attraverso la luce.

Se ciò che serviva a Renko era la manifestazione di una quantità di senso dell’ambiente scelto, galleria d’arte o museo, è proprio nelle finestre che trova il luogo esatto. Windows è la sua straordinaria proposta. La natura modulare dei suoi cubi si misura sulla dimensione di forma e luce delle finestre, e anche le singole opere tornano ad essere ortogonali, sono tutte rettangolari. Perché? È una scelta, forse la più razionale, e Renko ha una natura razionalista.

Nel momento esatto in cui le finestre divengono polittici, anche la percezione dell’ambiente muta in una sorta d’inversione: le pareti si trasformano in cesure ritmiche, proprio come in una cattedrale gotica dalle finestre policrome. Il ritmo espositivo accade ora per grandi blocchi cromatici e pause silenziose. I dettagli, poi, svelano la difficilissima semplicità della tecnica di Sandi Renko, fatta di contrappunti di linee tra i micro rilievi del canneté (un leggero cartone da imballaggio).

Ecco che la mutevolezza formale e cromatica delle opere, il movimento che inducono in chi attraversa l’ambiente, mima le variazioni luministiche delle ore, dall’alba al tramonto, tipiche proprio delle grandi vetrate nelle cattedrali gotiche.

Tuttavia, ciò che manca in questa monumentale virtualità formale e cromatica è la luce fisica. Per questo l’artista costruisce una grande scultura che appende al soffitto. Ha la forma di un varco e ci si può passare sotto: forse è davvero un portale. Introduce all’altare dell’arte: guardando l’ambiente da qui, è una similitudine che funziona. Un portale di cubi reali, ricavati nelle piegature di fogli ondulati di policarbonato trasparente. Basta la luce di pochi fari per un’improvvisa diffrazione della luce: l’attraversa, si propaga, si disperde, propagandosi in indefiniti riflessi.

Un’illuminazione: forse, davvero, questa installazione avrebbe potuto intitolarsi “Cattedrale futura”.